Vitamina D e oligodendrociti nella sclerosi multipla

Annotazioni:

1. Bassi livelli di vitamina D sono stati recentemente osservati come caratteristica ricorrente nei pazienti diagnosticati con SM.
2. Gli oligodendrociti sono più suscettibili al danno ossidativo rispetto alle altre componenti cellulari del sistema nervoso centrale.
3. La vitamina D è stata da tempo identificata come mediatore della risposta immunitaria e recentemente si è mostrato che ha promettenti effetti sulla mielinizzazione

La relazione tra vitamina D e SM è stata studiata da almeno 50 anni. È stata implicata epidemiologicamente al gradiente di latitudine che associa una diminuita esposizione ai raggi solari alle più elevate latitudini con una maggiore incidenza della SM.
Nicholas LaRocca, PhD, Vice Presidente, Health Care Delivery e Policy Research al National Multiple Sclerosis Society, concorda con questa teoria.
“C’è una netta evidenza che specifici fattori legati alla latitudine, come l’esposizione ai raggi ultra-violetti siano correlati al rischio di SM”, egli afferma.
In studi recenti bassi livelli di vitamina D sono stati segnalati come caratteristica ricorrente nei nuovi pazienti diagnosticati di SM. In aggiunta il rischio di ricaduta è riportato essere maggiore nei pazienti con SM e bassi livelli di vitamina D¹.

Sebbene non sia ancora stato stabilito un nesso causa-effetto, la corrente ricerca e i recenti reports appaiono dimostrare un forte legame tra i livelli di vitamina D e incidenza, severità e rischio di ricaduta nella SM. La patofisiologia della SM e il meccanismo della vitamina D coinvolto nella risposta immunitaria potrebbero fornire delucidazioni sul perchè questo legame appaia così forte.
La SM sembra cominciare come una risposta immunitaria a uno stimolo ambientale, sfociando in un’infiammazione localizzata. La risultante infammiazione cerebrale, demielinizzazione corticale e danno assonale² causano un range di eterogenei e invalidanti sintomi neurologi².

Un bersaglio della ricerca sulla SM è il ruolo degli oligodendrociti nella formazione e mantenimento della membrana mielinica. Gli oligodendrociti sono cellule altamente attive nel sistema nervoso centrale la cui funzione principale è produrre i lipidi e le proteine necessari per la formazione della membrana mielinica. Questo isolante di protezione permette la rapida conduzione nervosa lungo gli assoni, chiamata conduzione saltatoria. Negli esseri umani il processo di mielinizzazione richiede decenni³. Nella SM è il danno a questa membrana che causa i disturbi neurologici.

Durante il processo di mielinizzazione gli oligodendrociti producono 3 volte il loro peso di membrana al giorno e possono sopportare fino a 100 volte il peso di membrana rispetto al loro corpo cellulare. Questo richiede un grande sforzo metabolico, e i mitocondri contengono sostanzialmente ossigeno, ferro e depositi mitocondriali. La loro vulnerabilità risiede nella possibilità di metabolizzare i potenzialmente tossici prodotti di metabolizzazione di questi componenti, insieme con l’altamente energetico processo di mielinizzazione. L’insieme di questi processi rende gli oligodendrociti le cellule più fragili del cervello, rendendoli altamente vulnerabili allo stress ossidativo, che normalmente contribuisce alla morte degli oligodendrociti e alla demielinizzazione in patologie come la SM³.

Una spiegazione dell’evento iniziale nella SM suggerisce che il danno primario agli oligodendrociti (possibilmente mediato da un fattore ambientale che superi la barriera emato-encefalica) attira meccanismi locali immunitari, che includono i macrofagi, nel sito di lesione¹.

La vitamina D è stata da lungo tempo associata al ruolo di mediatore della risposta immunitaria, e recentemente si è mostrato avere promettenti effetti sulla rimielinizzazione. La forma della vitamina più efficace negli esseri umani è la D3, un precursore che il corpo converte nella forma attiva che è implicata nella risposta immunitaria¹. Studi in vitro hanno mostrato che la vitamina D biologicamente attiva deprime la produzione delle citochine pro-infiammatorie. È stato anche dimostrato essere necessaria come neurotrasmettitore e per la funzione neuronale¹, ed è stato dimostrato diminuire la demielinizzazione, aumentare la remielinizzazione, arrestare l’apoptosi degli oligodendrociti e stimolare la differenziazione dei precursori degli oligodendrociti nelle cellule mature¹.

Queste scoperte sono state recentemente osservate in uno studio di Colleen Hayes, PhD, un ricercatore alla University of Wisconsin-Madison, che ha esaminato l’effetto della vitamina D sui sintomi della SM in un modello murino. I risultati dello studio suggeriscono che la combinazione di vitamina D e calcitriolo può contribuire allo sviluppo delle cellule T regolatrici, l’eliminazione delle cellule T autoimmuni e l’aumento della capacità riparativa del tessuto nervoso. Inoltre ha migliorato la malattia autoimmune demielinizzante come nessun trattamento da solo ha potuto fare°.
Questo suggerisce la necessità di studi successivi per stabilire le sinergie D3/calcitriolo nella cura della SM.
Ulteriori studi che esaminano la vitamina D o l’esposizione al sole in rapporto alla SM sono in corso. Ingrid van der Mei, PhD, del Menzies Research Institute Tasmania è il principal investigator di uno studio di 3 anni sull’esposizione alle radiazioni ultraviolette e l’incidenza di SM. Negli USA. Ellen Mowry, MD, della Johns Hopkins University School of Medicine sta studiando la vitamina D e la SM in uno studio clinico dose-randomizzato finanziato dalla National MS Society. Dr. Hayes è interessata nello studiare più a fondo le sinergie che esistono fra vitamina D e calcitriolo, che erano la base dello studio sul topo.
“Questa combinazione”, lei afferma, “contiene multipli meccanismi che sembrano indurre e sostenere le remissioni, e alcuni bio-marker sono stati identificati”.

By Jacqueline Sutton
Revisionato da Claire S. Riley, MD, Assistant Professor of Neurology and Director, Columbia University Multiple Sclerosis Clinical Care and Research Center, New York, NY

References:

¹O’Gorman C, Lucas R, Taylor B. Environmental risk factors for multiple sclerosis: a review with a focus on molecular mechanisms. Int J Mol Sci. 2012;13:11718-11752.
²Olek MJ. Epidemiology and clinical features of multiple sclerosis in adults. UpToDate. Accessed April 21, 2014.
³Bradl M, Lassmann H. Oligodendrocytes: biology and pathology. Acta Neuropathol. 2010;119:37-53.
°Nashold FE, Nelson CD, Brown LM, et al. One calcitriol dose transiently increases Helios +FoxP3+ T cells and ameliorates autoimmune demyelinating disease. J Neuroimmunol. 2013;263(1-2):64-74.

Fonte: http://www.medpagetoday.com/…/advances-in…/vitamin-d/a/45540 Vitamin D and oligodendrocytes in MS

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Maggiore assunzione di vitamina D è necessaria per ridurre il rischio di cancro al seno, cancro del colon, sclerosi multipla e il diabete di tipo 1

I ricercatori della University of California, San Diego School of Medicine e Creighton University School of Medicine di Omaha hanno riportato che un sensibile incremento nell’assunzione di vitamina D è necessario per raggiungere livelli ematici che possono prevenire o ridurre sensibilmente l’incidenza del cancro al seno e di diverse altre gravi malattie che erano state inizialmente valutate. I risultati sono stati pubblicati il 21 febbraio sulla rivista Anticancer Research. Nonostante questi livelli siano superiori alle assunzioni tradizionali raccomandate, essi sono fondamentalmente, all’interno di un range ritenuto sicuro per l’uso quotidiano da un rapporto del dicembre 2010 della National Academy of Sciences Institute of Medicine.

“Abbiamo trovato che l’assunzione quotidiana di vitamina D da parte di soggetti adulti in un range di 4000-8000 UI sono necessari per mantenere i livelli ematici di metaboliti della vitamina D necessari per ridurre di circa la metà il rischio di diverse malattie – il cancro al seno, cancro del colon, sclerosi multipla e il diabete di tipo 1″, ha detto Cedric Garland, PHD, professore di medicina preventiva e di famiglia presso UC San Diego Moores Cancer Center. “Sono rimasto sorpreso nello scoprire che le assunzioni necessarie per mantenere il livello di vitamina D per la prevenzione delle malattie fossero così alte. Molto superiore alla dose minima di vitamina D di 400 UI / die che era necessaria per sconfiggere il rachitismo nel 20 ° secolo”.

“Non ero sorpreso da questo”, ha dichiarato Robert P. Heaney, MD, della Creighton University, un noto scienziato biomedico che ha studiato la necessità dell’assunzione della vitamina D per diversi decenni. “Questo risultato è stato quello che i nostri studi dose-risposta hanno previsto, ma ci è voluto uno studio come questo, di persone che conducono la loro vita quotidiana, per confermarlo”.

Lo studio riporta un sondaggio di diverse migliaia di volontari che stavano assumendo supplementi di vitamina D nel range di dosaggio da 1000 a 10.000 UI / die. Sono stati condotti studi nel sangue per determinare il livello di 25-vitamina D – la forma in cui quasi tutta la vitamina D circola nel sangue. “La maggior parte degli scienziati che stanno lavorando attivamente sulla vitamina D ora ritengono che 40-60 ng / ml sia l’appropriata concentrazione target di 25-vitamina D nel sangue per prevenire la grande carenza di vitamina D correlata alle malattie e si sono uniti in una lettera su questo argomento “, ha detto Garland. “Purtroppo, secondo un recente studio del National Health e Nutrition Examination Survey, solo il 10 per cento della popolazione degli Stati Uniti ha livelli in questo range, soprattutto le persone che lavorano all’aperto.”

L’interesse per dosi maggiori è stato stimolato nel dicembre dello scorso anno, quando un comitato della National Academy of Sciences Institute of Medicine ha individuato 4000 UI / die di vitamina D come sicuri per l’uso quotidiano da parte di adulti e bambini da nove anni di età in su, con consumi in un range di 1000-3000 UI / die per neonati e bambini fino all’età di otto anni. Mentre il comitato IOM afferma che 4000 UI / die è un dosaggio sicuro, la dose giornaliera minima consigliata è solo di 600 UI / die. “Ora, con i risultati di questo studio, diventerà comune per quasi ogni adulto a prendere 4000 UI / die”, ha detto Garland. “Questa è comodamente sotto i 10.000 UI / die che il rapporto del comitato OIM considera il limite inferiore di rischio, ed i benefici sono notevoli.” Ha aggiunto che le persone che possono avere controindicazioni dovrebbero discutere la propria necessita’di assunzione di vitamina D con il loro medico di famiglia. “Ora è il momento in cui praticamente tutti devono assumere più vitamina D per aiutare a prevenire alcuni tipi principali di cancro, diverse altre malattie gravi e fratture”, ha detto Heaney.

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Fonte: http://health.ucsd.edu/news/2011/Pages/02-22-vitamin-D-cancer-risk.aspx   “Higher Vitamin D Intake Needed to Reduce Cancer Risk”

http://www.iiar-anticancer.org/openAR/journals/index.php/anticancer/article/view/215  “Vitamin D supplement doses and serum 25-hydroxyvitamin D in the range associated with cancer prevention”

COME PROTEGGERE IL TUO CERVELLO

1. Evitare lo STRESS CRONICO
Gia’ negli anni 60, una ricerca fatta dall’equipe del neuroscienziato Fred Gage su dei ratti adulti, suggeriva una possibile influenza dello stile di vita sulla salute dei neuroni. Negli animali tenuti in gabbie piene di giochi da esplorare, si è osservato un aumento di nuove cellule nervose nell’ippocampo (un’area responsabile per la capacità di memorizzare ed apprendere). Mentre, in quei topi sottoposti a stress costante, una condizione sfavorevole per l’apprendimento, questa produzione è diminuita in modo significativo.
“Oggi sappiamo che le tensioni quotidiane, l’ansia e la preoccupazione precoce – sensazioni comuni nella vita di tutti i giorni dell’uomo moderno – sono in grado di colpire anche il cervello dell’essere umano. Questo stress cronico blocca la neurogenesi al suo stadio iniziale, impedendo alle cellule precursori di moltiplicarsi”, spiega il neurologo Cicero Galli Coimbra, dell’ Unifesp.
Diversi studi hanno dimostrato che in tali condizioni, il cervello solamente perde neuroni e non li ripristina. Il medico, che ha valutato oltre 600 pazienti con malattia di Parkinson dal 2002, è stato uno dei (primi) ricercatori a dimostrare ciò. Nel giugno dello scorso anno, durante un convegno in Germania su tale malattia, ha presentato i risultati di uno studio che indicavano lo stress come uno dei principali responsabili per la distruzione delle cellule nervose che producono dopamina, la sostanza chimica che, tra le altre funzioni, svolge un ruolo essenziale nel mantenimento delle attività motorie. Questa carenza ostacola i movimenti, provoca rigidità muscolare e causa tremori in chi sviluppa questo disturbo neurologico cronico e progressivo. “Non c’è dubbio che un fattore di tensione emotiva è coinvolto nel 95% dei casi di malattia di Parkinson. Ogni volta dietro ad un problema, scopro che c’è stato un trauma. Una delle mia pazienti, ad esempio, ha cominciato a manifestare i sintomi della malattia alcune ore dopo aver assistito la morte del marito durante una rapina in mezzo al traffico”, dice il neurologo.

2. INCLUDERE IL TUORLO DELL’UOVO NELL’ALIMENTAZIONE

Dopo l’assoluzione dalla ingiusta condanna che lo vedeva come principale responsabile per l’innalzamento dei livelli di colesterolo nel sangue, l’uovo ora guadagna più di un motivo per essere consacrato come un buon alleato, ormai indispensabile nei nostri piatti. Il fatto è che il tuorlo (e non l’albume, è bene ricordare), più di ogni altro alimento, offre una grande concentrazione di colina – una sostanza che ora sappiamo, ricopre la membrana delle cellule (comprese le cellule nervose del cervello) e che non è prodotta dall’organismo. “La sua presenza è molto importante per la formazione di nuove cellule, comprese le cellule nervose nel cervello adulto. Quanta più colina c’è nel corpo, tanto più materiale c’è per la formazione della membrana cellulare”, spiega il neurologo della Unifesp.

Ma non solo. Esso forma anche acetilcolina, un neurotrasmettitore legato alle funzioni di apprendimento e memoria, ed ha un ruolo importante nella gravidanza e nello sviluppo del cervello fetale. I pediatri ancora non raccomandano un’integrazione di colina durante la gravidanza, ma l’importanza per il bambino di questa sostanza, è emersa nel 1997, dai risultati degli studi condotti dal ricercatore Steven Zeisel, University of North Carolina, USA, su ratti da laboratorio gravidi. “Quei ratti che avevano ricevuto integrazione di colina durante la gravidanza, stimolavano molto di più la crescita delle cellule nervose nei topolini. Quando sono nati, è stato fatto un test mettendoli in un labirinto, dove alla fine hanno dimostrato una maggior velocità di apprendimento nell’imparare a trovare la via d’uscita rispetto a quei topolini nati da ratti che non erano stati sottoposti all’integrazione,” dice il neurologo Cicero Galli Coimbra.

L’importanza di questa, e di altre scoperte sulle funzionalità della colina, è stata così grande che il governo degli Stati Uniti, nel 2004, ha diffuso un database (USDA database for the Choline Content of Common Foods) per verificare la presenza di questa sostanza negli alimenti. Grazie a questo database è possibile sapere, per esempio, che la colina è presente in buone quantità nel fegato di manzo e nel pollo, nel germe di grano e nella soia. Cinque tuorli d’uovo forniscono 682,4 mg di colina, mentre il solo albume contiene 1,1 mg e 1 litro di latte appena 14 mg di colina. “Bisogna ricordare che, per offrire tutti i benefici al nostro cervello, abbiamo bisogno di almeno 500 mg di colina al giorno, che si possono ottenere con un menù variegato”, dice il neurologo.

3. PRENDERE SOLE NELLA GIUSTA MISURA
Chi, in una città come San Paolo, non è solito uscire con la propria auto per andare al lavoro, parcheggiare nel palazzo dell’azienda, rimanere chiuso tutto il giorno in un ufficio con finestre scure ed insonorizzate e tornare a casa alla sera, senza aver quasi visto la faccia del sole o percepito se la temperatura esterna è cambiata?
E’ proprio così… La vita moderna ci trasforma in topi di fogna, o di laboratorio (come preferite), almeno per quanto riguarda il contatto sano con la luce del sole. La conclusione è del biochimico Reinhold Vieth, dell’Università di Toronto, Canada. Egli ha valutato i livelli di Vitamina D (che per essere assimilati dall’organismo hanno bisogno dell’aiuto dei raggi solari) negli animali e li ha paragonati ai livelli riscontrati nell’uomo moderno. Fu così che evidenziò la carenza di questa vitamina.
E in cosa ciò danneggia il cervello?
“Oltre ad essere essenziale per la formazione delle ossa, essa stimola la produzione di NGF (fattore di crescita dei neuroni)”, chiarisce Cicero Galli Coimbra. Descritta nel 1956, NGF è una proteina essenziale per la sopravvivenza e il rafforzamento delle cellule nervose cerebrali, per essere in grado di inviare segnali continui affinchè un neurone diriga le sue terminazioni nella direzione di un altro e formi una sinapsi (approssimazione tra neuroni, che si verificano varie reazioni chimiche ancora in fase di studio). Quanto più numerose e forti sono queste connessioni (sinapsi), meno occorenza di apoptosi e più efficienti sono le capacità cognitive, come la memoria.

4. PRESTARE ATTENZIONE ALL’INDICE DELLA TAURINA
Aminoacido con maggiore concentrazione nelle cellule del corpo, la taurina ha la funzione di impedire la formazione di coaguli di sangue, ridurre la quantità di trigliceridi (grassi) nel sangue, rafforzare l’endotelio (strato di rivestimento dei vasi sanguigni) e adesso si conosce: bloccare l’apoptosi (morte di nuovi neuroni). Il problema è che l’organismo produce naturalmente questa sostanza, ma la sua quantità diminuisce considerevolmente nel tempo. Non sorprende che, secondo il neurologo Cicero Galli Coimbra, alcuni geriatri hanno raccomandato ai loro pazienti con più di 60 anni, le formule per ripristinare questa sostanza nel corpo, anche se questo è ancora discutibile. “Ancora non è chiaro qual è il meccanismo che lega la taurina con la neurogenesi, neanche la quantità necessaria per ogni persona”, avverte.

5. EVITARE IL CONSUMO DI ALCOL
Non è difficile immaginare perché bevande alcoliche e altre droghe possano danneggiare il cervello e il sistema nervoso centrale, causando un cambiamento nel comportamento quando sono ingerite. Chi beve oltre misura, per esempio, può avere vertigini, mancanza di coordinazione motoria, confusione mentale, disorientamento e persino anestesia momentanea. Già i consumatori di marijuana presentano alterazioni nei sensi (vista, udito, olfatto e tatto), nella cognizione (pensiero, memoria e attenzione) e persino nell’umore.
“Le cellule nervose del cervello, sebbene complesse, sono estremamente fragili e sensibili. Oltre a stimolare la morte dei neuroni, l’uso di queste sostanze può bloccarne la formazione di nuove”, afferma il neurologo della Unifesp, Cicero Galli. Ricordiamoci che anche coloro i quali dicono di bere socialmente possono rischiare la loro salute mentale in futuro. D’accordo con l’esperto, ancora non si sa quale sia la quantità di alcol, ad esempio, in grado di interrompere la neurogenesi, in quanto la sensibilità dell’organismo varia da persona a persona”.

Fonte: https://esclerosemultipla.wordpress.com/2006/08/02/5-formas-de-proteger-seu-cerebro/

Possibili meccanismi per il ruolo della vitamina D nel prevenire tumori comuni, malattie cardiache e malattie autoimmuni

Possibili meccanismi per il ruolo della vitamina D nel prevenire tumori comuni, malattie cardiache e malattie autoimmuni

“C’è una buona documentazione epidemiologica che dimostra come vivere a latitudini più basse riduce il rischio di molte malattie croniche. Si è supposto che, poiché la produzione di vitamina D è più efficiente a basse latitudini, questa potesse essere la spiegazione per queste interessanti osservazioni. In aggiunta, c’è una crescente evidenza scientifica la quale suggerisce che aumentando il consumo di vitamina D, si diminuisce il rischio di sviluppare malattie croniche. Ad esempio, è stato dimostrato che il trattamento con 2000 UI/die di vitamina D su bambini dall’età di 1 anno ha diminuito il loro rischio di sviluppare il diabete mellito di tipo 1 del 80 % durante i succesivi 20 anni. Inoltre, i bambini appartenenti alla stesso gruppo che erano carenti di vitamina D a 1 anno di età avevano rischio 4 volte superiore di sviluppo diabete di tipo 1. Un aumentato apporto di vitamina D è stato associato ad un ridotto rischio di sviluppare artrite reumatoide. L’esposizione tramite lettini abbronzanti alle radiazioni UVB che ha determinato un aumento del 100 % della concentrazione nel sangue di 25(OH), si è dimostrato efficace nel trattamento dell’ipertensione tra gli adulti. Tuttavia, gli adulti esposti ad un lettino abbronzante che ha trasmesso solo radiazioni UVA che non hanno fatto aumentare la concentrazione nel sangue di 25(OH)D, non hanno riscontrato alcun effetto sulla loro ipertensione. Vi sono anche prove che un maggiore apporto di calcio e vitamina D riduce il rischio di sviluppare cancro al colon.

Come è possibile che la vitamina D possa avere una cosi un’ampia gamma di benefici terapeutici in relazione alla salute?  La risposta si trova nel fatto che i VDR (i recettori della vitamina D) sono presenti nella maggior parte delle cellule e dei tessuti del corpo*. 1,25(OH)2D è uno dei più potenti regolatori della crescita cellulare, sia nelle cellule normali che nelle cellule tumorali. È stato suggerito che un maggiore apporto di vitamina D o l’aumento dell’esposizione alla luce solare, aumentando la concentraziona nel sangue di 25(OH)D al di sopra di 78 nmol/l (30 ng/ml), è necessario per una produzione extrarenale massima di 1,25 (OH) 2D in una ampia gamma di tessuti e cellule del corpo, inclusi colon, seno, prostata, polmone, macrofagi attivati e cellule paratiroidee. La produzione locale di 1,25 (OH)2D è pensata di essere importante per mantenere la crescita delle cellule sotto controllo e possibilmente impedire alle cellule di diventare autonome e svilupparsi in una cellula cancerogea non regolata. I linfociti T e B attivati hanno VDR. 1,25(OH)2D si è dimostrato essere un modulatore del sistema immunitario molto efficace. In una varietà di modelli animali, è stato dimostrato che il pretrattamento con 1,25(OH)2D è efficace nel mitigare o prevenire l’insorgenza di diabete mellito tipo 1, sclerosi multipla, artrite reumatoide, morbo di Crohn.

La vitamina D non può più essere pensata come un nutriente necessario per la prevenzione di rachitismo tra i bambini. La vitamina D dovrebbe essere considerata essenziale per la salute globale ed il benessere. La carenza di vitamina D e una ridotta esposizione solare alle radizioni UVB hanno dimostrato di aumentare il rischio di molti tumori comuni, diabete di tipo 1, l’artrite reumatoide, sclerosi multipla e ci sono indicazioni che possono essere associati con diabete di tipo 2 e la schizofrenia. La fotosintesi della vitamina D è stata verificanta negli organismi viventi per più di 500 milioni anni, e non è sorprendente che la vitamina D si sia evoluta in un tale importante e necessario ormone, che agisce come un indicatore di salute e benessere. La vigilanza nel mantenimento di un normale livello di vitamina D, cioè, concentrazioni 25 (OH)D di 75-125 nmol / L, dovrebbe essere di elevata priorità. Monitorare i livelli di vitamina D, con la misurazione di 25 (OH) D dovrebbe essere parte di normali esami fisici annuali– dr. Michael Holick, professore di medicina, fisiologia e biofisica alla Boston University, autore del libro “The vitamin D solution”

*”Il VDR (il recettore della vitamina D) è presente nell’intestino tenue, colon, osteoblasti, linfociti T e B attivati, le cellule beta pancreatiche e la maggior parte degli organi del corpo, compreso il cervello, il cuore, la pelle, le gonadi, la prostata, il seno e le cellule mononucleate”.

“The VDR is present in the small intestine, colon, osteoblasts, activated T and B lymphocytes, β-islet cells, and most organs in the body, including brain, heart, skin, gonads, prostate, breast, and mononuclear cells”.

Fonte: http://ajcn.nutrition.org/content/80/6/1678S.full

L’integrazione e l’uso terapeutico della vitamina D nei pazienti con sclerosi multipla: Consenso del Dipartimento Scientifico di Neuroimmunologia dell’Accademia Brasiliana di Neurologia

Ho voluto tradurre queste conclusioni per sottolineare, ancora una volta, la necessità di correggere la carenza di vitamina D nei pazienti con la sclerosi multipla. Pure io ho capito, leggendo solo Pubmed e altri siti, che non c’è evidenza scientifica per l’utilizzo della vitamina D come monoterapia per la sclerosi multipla nella pratica clinica. Sono molto dispiaciuta nel constatare come ancora l’Accademia Brasiliana di Neurologia si rifiuti (nonostante ne sia a conoscenza) prendere in considerazione il lavoro del dott. Coimbra, considerandolo come “sperimentale”. Il lavoro di Coimbra non è pubblicato su Pubmed. Poi, leggendo i consigli, io ho dei dubbi che l’Accademia abbia letto tutti gli studi pubblicati (solo su Pubmed ce ne sono circa 700). Perché Pubmed dimostra anche come buoni livelli di D3 siano capaci di ridurre il rischio di nuove e attive lesioni. Ma guardiamo anche il lato positivo: finalmente l’Accademia Brasiliana di Neurologia consiglia vitamina D per la SM..un bel passo avanti. Mi fa piacere..  🙂

http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0004-282X2014000200152&lng=en&nrm=iso&tlng=en

“La sclerosi multipla (SM) è una malattia infiammatoria, autoimmune, demielinizzante e degenerativa del sistema nervoso centrale. Anche se l’eziologia della sclerosi multipla non è ancora stata completamente chiarita, ci sono prove che i fattori genetici e ambientali interagiscano per provocare la malattia. Tra i principali fattori ambientali studiati, quelli che più probabilmente sono associati alla sclerosi multipla includono certi virus, fumo e ipovitaminosi D. Questa recensione intende determinare se c’è evidenza nel raccomandare l’uso della vitamina D come monoterapia o come terapia aggiuntiva nei pazienti con la sclerosi multipla.

Abbiamo fatto una ricerca su PubMed, EMBASE, COCHRANNE, e LILACS per gli studi pubblicati fino al 9 settembre 2013, utilizzando le parole chiave “sclerosi multipla”, “vitamina D”, e “sperimentazione clinica”. (…)

CONSIDERAZIONI FINALI

1 . Si raccomanda di dosare la vitamina D nei pazienti con la sindrome clinicamente isolata e con la sclerosi multipla, indipendentemente dallo stadio di evoluzione della malattia, in particolare per coloro che fanno uso frequente di corticosteroidi o anticonvulsivanti .

2 . Livelli ematici periferici di vitamina D inferiori a 30 ng/ml dovrebbero essere corretti nei pazienti con la sclerosi multipla, in qualsiasi fase, o in pazienti con sindrome demielinizzante isolata.

3 . Livelli ematici di vitamina D superiori a 100 ng/ml dovrebbero essere evitati finché non vengono stabilite nuove linee guida.

4 . Non c’è evidenza scientifica per la pubblicazione di questo consenso per l’ utilizzo della vitamina D come monoterapia per la sclerosi multipla nella pratica clinica. Pertanto, attualmente, la monoterapia di vitamina D per la sclerosi multipla è considerata sperimentale.
Per il suo utilizzo negli studi clinici, questa deve essere approvata dal Comitato Etico della Ricerca Umana ( Human Research Ethics Committee) regolato dalla Commissione nazionale di Etica per la Ricerca (CONEP) , approvato dal Consiglio Medico Regionale (Regional Medical Board), e il consenso informato dovrebbe essere fornito dai pazienti .

5 . Secondo i dati provenienti da studi in vitro con le cellule del sangue dei pazienti utilizzando vitamina D, a livelli sierici superiori a 40 ng/ml, è possibile indurre un’azione modulante sulle cellule immunitarie.
Sulla base di tale prove, la supplementazione di vitamina D a dosi che mantengono i livelli sierici dei pazienti tra 40 ng/ml e 100 ng/ml può essere raccomandata, in quanto questi sono i livelli considerati sicuri.

6 . Considerando le differenze individuali nella necessità di supplementazione e livelli sierici di vitamina D, uno studio su soggetti sani ha dimostrato che 5.000 UI di vitamina D per 15 settimane hanno aumentato i livelli sierici fino a 60 ng/ml, e che dosi fino a 10.000 UI giorno sono stati considerati sicure, si consigliano dosi individuali fino a raggiungere livelli sierici compresi tra 40 ng/ml e 100 ng/ml.

7 . Considerando che bassi livelli sierici di vitamina D nei pazienti con sindrome demielinizzante isolata potrebbero influenzare il rischio relativo di conversione a sclerosi multipla, si consiglia l’ analisi dei livelli sierici di vitamina D in questi pazienti e che una correzione venga attuata in qualsiasi momento sia necessario.

8 . Poiche’ la vitamina D3 è un ormone steroideo, il suo uso dovrebbe essere aumentato. Inoltre, monitorare il livello siericodi Vit D3 e’ estremamente importante prima di aumentare il dosaggio, per determinare se la supplementazione è realmente efficace”.

Nuove linee guida e raccomandazioni per i neurologi che si occupano di pazienti con la sclerosi multipla

Brazilian organization sets new guidelines for use of vitamin D in multiple sclerosis

1. La vitamina D non dovrebbe essere utilizzata come unico trattamento per la SM. Tuttavia, essa può e DOVREBBE essere utilizzata in combinazione con i farmaci tradizionali.

2. La vitamina D dovrebbe essere somministrata ai pazienti con SM indipendentemente dallo stadio della malattia.

3. Livelli di vitamina D inferiori a 30 ng / ml dovrebbero essere corretti in qualsiasi fase della SM.

4. Ai pazienti dovrebbe essere prescritta vitamina D con un dosaggio identificato di volta in volta basato sulle esigenze individuali per raggiungere i livelli di vitamina D tra 40 ng/ml e 100 ng/ml.

5. I livelli di vitamina D dovrebbero essere determinati e corretti nei pazienti con i primi segni di sclerosi multipla per aiutare a prevenire la conversione a SM.

Source:

Brum, D. G. et al. Supplementation and therapeutic use of vitamin Di n patients with multiple sclerosis: Consensus of the Scientific Department of Neuroimmunology of the Brazilian Academy of Neurology. Arquivos de Neuro-Psiquiatria, 2014.

È la vitamina D un raggio di speranza per i pazienti con la sclerosi multipla?

I ricercatori hanno scoperto che alte dosi supplementari di vitamina D sono sicure e riducono  significativamente i tassi di ricaduta in pazienti con la sclerosi multipla.

Tra i pazienti che hanno ricevuto una media di 14.000 UI di vitamina D3 al giorno – che è più di tre volte la quantità giornaliera raccomandata dalla FDA (Food and Drug Administration) per molti adulti e includeva dosi fino a 40.000 UI al giorno – 16 % ha avuto una ricaduta, contro 38 % dei pazienti del gruppo di controllo che aveva una media di 1.000 UI al giorno, ha riferito Jody Burton, MD, dott.ssa all’Ospedale di San Michele, Università di Toronto, e i suoi colleghi presso la 23° riunione annuale del Consorzio dei Centri Sclerosi Multipla (CMSC). 

Potenziali cause ambientali e genetiche sono state centro di attenzione nella ricerca sulla sclerosi multipla. Gli studi hanno dimostrato che una maggiore incidenza di sclerosi multipla si verifica nelle regioni in cui la luce del sole non è così diffusa e che i livelli di vitamina D e l’esposizione alle radiazioni ultraviolette presto nella vita possono avere un forte impatto sul rischio di sviluppare la SM.

“Se vivi in Nord America, hai circa sei mesi o meno di radiazioni ultraviolette per produrre una quantità ragionevole di vitamina D. Vicino all’equatore, hai la possibilità nella maggiore parte dell’anno di ottenere una buona esposizione alle radiazioni ultraviolette e c’è il potenziale per una sufficiente produzione di vitamina D”, ha affermato la dott.ssa Burton.

La vitamina D è prodotta naturalmente nella pelle quando la radiazione ultravioletta viene assorbita e viene poi convertita nel 25 – idrossivitamina D [ 25 ( OH ) D ] e fisiologicamente attiva 1,25- diidrossivitamina D [ 1,25 ( OH ) 2D ]. La concentrazione sierica di 25 (OH ) è considerato l’indicatore più affidabile dello stato della vitamina D .

Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che la vitamina D possa agire come un modulatore immunitario, la sua azione si esplica diminuendo la multiplicazione dei leucociti proinfiammatori T e decrescendo la produzione di diverse citochine.”Sappiamo che la sclerosi multipla è prevalentemente una malattia immuno-mediata, quindi è probabile che la vitamina D possa agire  sul sistema immunitario per essere biologicamente valida,” ha detto la dottoressa.

Se è efficace , qual’è la dose giusta ?

La dose giornaliera attuale raccomandata di vitamina D si basa sulla quantità che si crede prevenga il rachitismo nei bambini, “che è ottimo quando sei preoccupato di avere  rachitismo, e che non è così ottimo quando stai cercando di realizzare qualcosa di diverso “, ha detto la dott.ssa Burton.” Quindi, se sei alla ricerca di prove convincenti che tale quantità di vitamina D ha un impatto sul sistema immunitario, non riuscirai a trovare niente. “La FDA raccomanda 200 UI al giorno per quelli fino a 50 anni , 400 UI al giorno per quelli tra 51-70 anni, e 600 UI al giorno per le persone che hanno più di 70 anni . “Le quantità di vitamina D sono piuttosto basse”, ha affermato la dott.ssa Burton.

La dott.ssa Burton e i colleghi hanno cercato di determinare se la vitamina D potrebbe avere un impatto positivo sui pazienti già diagnosticati con sclerosi multipla e quale sarebbe una dose sicura e efficace. Lo studio clinico randomizzato controllato ha incluso 25 pazienti su un regime di dose crescente di vitamina D3 e 24 soggetti di controllo che hanno preso  una media di 1.000 UI al giorno. La dose di vitamina D viene aumentata per sei mesi a 40.000 UI / al giorno e poi è stata scalata fino a zero, per una media di 14.000 UI / al giorno,con circa il 70 % dell’anno trascorso a 10.000 UI al giorno o superiore. Tutti i partecipanti hanno ricevuto 1.200 mg  di calcio durante tutto il processo.

Il calcio è stato utilizzato per due motivi, ha argomentato la dott.ssa Burton. “La gente prende il calcio regolarmente, così abbiamo voluto assicurarsi che si potrebbe aggiungere la vitamina D al calcio senza conseguenze “, ha detto. “Poi, negli studi eseguiti, attraverso i test sugli animali, così come negli studi della prevenzione del cancro, la vitamina D e il calcio sembrano lavorare in sinergia”.

Un totale di 23 pazienti del gruppo di trattamento ha completato lo studio, insieme con 22 pazienti del gruppo di controllo. I pazienti del gruppo di trattamento sono stati osservati circa ogni sei settimane, mentre i pazienti del gruppo di controllo sono stati osservati in quattro punti temporali.

Sicurezza ed efficacia delle elevate dosi di vitamina D

La Dott.ssa Burton e i colleghi hanno scoperto che i livelli sierici di calcio sono rimasti costanti, entro i limiti normali per tutto il tempo dello studio con quel dosaggio, e non c’erano differenze significative tra i pazienti trattati e i pazienti di controllo in nessun punto temporale. I livelli medi del calcio nelle urine / creatinina nel gruppo di trattamento erano anche ben all’interno del normale, aumentando leggermente ai livelli di dosaggio superiori, cosa che è prevedibile, secondo la dott.ssa Burton .

Tuttavia, il livello di 25 ( OH ) D è aumentato con alte dosi di vitamina D. Con una dose di 40.000 UI al giorno, la media di 25(OH) D si è avvicinata a 420 nmol /L (168 ng/ml), “livello che avrebbe spaventato la maggior parte delle persone“, ha detto la dott.ssa Burton, aggiungendo che 250 nmol/L (100 ng/ml) è il “cosiddetto” livello accettabile normale di tossicità. “Nonostante questi valori, nessuno ha riscontrato un effetto collaterale che potesse essere causato dal calcio. Questo ti fa domandare  come si definisce esattamente il concetto di  tossicità.”

Tra i risultati clinici, il gruppo di trattamento ha significativamente avuto una migliore risposta, ottenendo una riduzione del 41 % nel tasso di ricadute annuali, comparato con un tasso di riduzione del 17 % nel gruppo di controllo.

Tuttavia, i ricercatori hanno trovato un notevole cambiamento quando si è confrontato lo stato di disabilità al momento dell’ingresso nello studio con lo stato di disabilità alla fine del processo. Circa 8 % dei pazienti del gruppo di trattamento ha lasciato lo studio con un punteggio EDSS maggiore di quando ha cominciato, contro il 37,5 % nel gruppo di controllo.

Per quanto riguarda i cambiamenti immunologici, il gruppo di trattamento rispetto al gruppo di controllo, i partecipanti con livelli D3 di 100 nmol/L (40 ng/ml) o superiore ha avuto un calo significativo nella loro reattività e nella proliferazione delle cellule T, un risultato non osservato in pazienti che avevano preso dosi più basse di vitamina D (1000 UI al giorno).

La dott.ssa Burton ha offerto alcune altre ragioni per spiegare perché i pazienti con la sclerosi multipla hanno bassi livelli di 25 (OH) D, comprese che si agisce intenzionalmente ad evitare l’ esposizione al sole, non si impegnano abbastanza in attività fisica , e porta loro danno il fatto che usino steroidi. L’unico effetto collaterale è stata la stitichezza lieve in quattro pazienti nel gruppo di trattamento, e con un cambiamento o la sospensione dell’ integratore  di calcio, tutti hanno avuto la risoluzione di questo sintomo. Un paziente ha avuto una calcificazione al seno risultata  benigna alla mammografia, ma la lesione è stata successivamente trovata già  presente prima dello studio.

“Crediamo che l’assunzione di vitamina D3 fino a 40.000 UI al giorno per un breve periodo di tempo e 10.000 UI al giorno per un anno sembrino dimostrare la sicurezza biochimica, evidenza di beneficio clinico, ed è la prova di una diminuzione e proliferazione delle cellule T”, ha concluso la dott.ssa Burton .

Carenza di vitamina D collegata alla severità della sclerosi multipla

In un secondo studio presentato nel 2009 al CMSC, i ricercatori hanno scoperto che la carenza di vitamina D è stata associata ad un punteggio di disabilità superiore e ad una maggiore velocità di progressione della malattia nei pazienti con SM .

Allison Drake , Neurologia, Research Coordinator, University at Buffalo, State University of New York, e i suoi colleghi hanno incluso 349 pazienti con sclerosi multipla nel loro studio. Hanno usato la EDSS per misurare la disabilità e MS Severity Scale ( MSSS ) per misurare la velocità della progressione della malattia. I pazienti hanno inoltre completato un questionario riguardante i dati clinici e demografici e hanno  fornito un campione di sangue.

La maggioranza dei pazienti era di sesso femminile e caucasica, l’età media era di circa 50, e la maggior parte ha avuto la SM recidivante-remittente. Livelli di vitamina D superiori a 32 ng/ml sono stati considerati sufficienti, livelli tra 20 e 32 erano insufficienti, e livelli inferiori a 20 erano carenti. Circa il 37% dei partecipanti aveva livelli sufficienti di vitamina D, il 41 % aveva livelli insufficienti, e il 22 % aveva livelli carenti .

A causa dei cambiamenti stagionali di esposizione alle radiazioni ultraviolette che si verificano a Buffalo, i ricercatori hanno esaminato le fluttuazioni nei livelli medi di vitamina D raccolti durante le diverse stagioni e la gravità della malattia. Come previsto, i livelli di vitamina D erano più alti durante le stagioni in cui l’esposizione al sole era al suo apice, tra luglio e settembre. In media, meno dei livelli sufficienti sono stati rilevati in tutti i pazienti durante tutte le altre stagioni.

“È interessante notare, che i pazienti con grave disabilità, come osservato da punteggi EDSS superiore a 6 , non hanno raggiunto livelli sufficienti in qualsiasi momento nel corso di un qualsiasi mese”, ha detto Allison Drake.

In un’analisi di regressione ordinale, dopo l’aggiustamento per età, sesso, età di insorgenza della malattia, la stagione, e il tipo della SM, i ricercatori hanno trovato che i livelli di vitamina D nel siero erano significativamente predittivi del punteggio EDSS . “I pazienti che avevano carenza di vitamina D avevano più probabilità di avere alti punteggi EDSS ed elevata disabilità”, ha detto la signora Drake.”Significative erano anche la diagnosi non recidivante-remittente e l’aumento dell’età . La regressione logistica ha rivelato che i pazienti che erano carenti di vitamina D avevano 3,3 volte più probabilità di essere gravemente disabili con punteggi EDDS superiori a 6, rispetto ai pazienti che avevano livelli sufficienti.”

“I risultati di questo studio dimostrano che i livelli sierici di vitamina D sono associati alla disabilità della sclerosi multipla e alla gravità della malattia valutata dalla EDSS e MSSS”, ha concluso la ricercatrice Allison Drake .”I pazienti con deficienza di vitamina D hanno più probabilità di avere punteggi EDSS più alti, mostrando una maggiore disabilità, e di avere punteggi più alti MSSS, mostrando una più alta velocità di progressione. Questi [ risultati ] possono essere interpretati nel senso che i livelli di vitamina D nei pazienti con SM possono avere un ruolo potenzialmente protettivo se sono sufficienti o possono avere un effetto negativo se i pazienti ne sono carenti.

 

http://www.neurologyreviews.com/the-publication/past-issue-sngle-view/is-vitamin-d-a-ray-of-hope-for-patients-with-ms/8cda233debf14657d824342cde442dc7.html

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Suggested Reading

Burton JM, O’Connor P. Novel oral agents for multiple sclerosis. Curr Neurol Neurosci Rep. 2007;7(3):223-230.

Smolders J, Menheere P, Kessels A, et al. Association of vitamin D metabolite levels with relapse rate and disability in multiple sclerosis. Mult Scler. 2008;14(9):1220-1224.


La dott.ssa Burton ha pubblicato su PubMed lo studio di cui parla in questo articolo:

 Questo e’ lo studio di cui parla la dott.ssa Burton in questo articolo:

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20427749 (2010)
Uno degli obiettivi di questo studio randomizzato controllato di 52 settimane è stato quello di valutare la tollerabilità di alte dosi di vitamina D per via orale.

I pazienti del gruppo di trattamento hanno ricevuto dosi crescenti di vitamina D fino a 40.000 UI al giorno, per un periodo di più di 28 settimane per alzare i livelli sierici di 25 -idrossivitamina D[25 (OH)D] rapidamente e per valutare la tollerabilità, seguite da 10.000 UI Vitamina D3 al giorno per un periodo di 12 settimane, e in seguito hanno scalato la dose fino a 0 UI al giorno. Il calcio (1200 mg al giorno) è stato somministrato per tutta la durata del trial.

RISULTATI: 49 pazienti (25 nel gruppo di trattamento, 24 nel gruppo di controllo) sono stati arruolati. Nonostante un valore massimo del livello della vitamina D di 413 nmol/L (165 ng/ml), non si sono verificati significativi eventi avversi. I pazienti del gruppo di trattamento hanno avuto meno ricadute e una riduzione costante nella proliferazione delle cellule T rispetto ai gruppo di controllo.

CONCLUSIONI: Alte dosi di vitamina D (circa 10.000 UI al giorno) nella sclerosi multipla sono sicure, con evidenza di effetti immunomodulatori.

Questo studio fornisce la prova che l’uso di alte dosi di vitamina D per 52 settimane nei pazienti con la sclerosi multipla non aumenta significativamente i livelli sierici di calcio rispetto ai pazienti con una supplementazione non ad alto dosaggio.

Questo studio e’ stato pubblicato su PubMed. PubMed è un sito di servizio della U.S National Library of Medicine (la più grande biblioteca medica del mondo) che nasce dall’esigenza di molti medici di avere scambio scientifico e facile acceso ai lavori dei propri colleghi.

 

Traduzione: eusuntanna@gmail.com